La prolattina come biomarcatore del rischio cardiovascolare nei pazienti con sindrome coronarica acuta non-st elevata

La sindrome coronarica acuta (SCA o ACS, dall’inglese acute coronary syndrome) rappresenta un insieme di sintomi clinici dovuti alla riduzione improvvisa del flusso sanguigno al cuore a causa dell’ostruzione delle arterie coronarie.

Questo gruppo di condizioni include l’infarto miocardico, sia con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) che senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI), e l’angina instabile. La ACS è una delle principali cause di mortalità e morbilità nel mondo.

Le malattie cardiache ischemiche secondarie all’aterosclerosi coronarica sono una delle principali cause di morte e disabilità a livello globale. Nonostante i progressi diagnostici e terapeutici, più del 20% dei pazienti con ACS subiscono eventi cardiovascolari avversi (Major Adverse Cardiovascular Events: MACE) ricorrenti entro tre anni dall’evento iniziale.

I Major Adverse Cardiovascular Events (MACE) comprendono una serie di esiti clinici gravi e potenzialmente letali, tra cui:

  • Infarto Miocardico Ricorrente (IM): Ulteriori episodi di infarto miocardico che si verificano dopo il primo evento.
  • Insufficienza Cardiaca: Incapacità del cuore di pompare sangue in modo efficace, portando a sintomi come dispnea, affaticamento e edema.
  • Morte Cardiovascolare: Decesso direttamente attribuibile a una malattia cardiaca.
  • Interventi di Rivascolarizzazione: Procedure mediche come l’angioplastica o il bypass coronarico necessarie per ripristinare il flusso sanguigno nelle arterie ostruite.

Lo studio che menzioniamo in questo articolo ha utilizzato un approccio metodologico rigoroso per monitorare questi eventi nel periodo di follow-up, confrontando i pazienti con livelli di prolattina superiori alla media con quelli che avevano livelli normali o bassi.

I risultati indicano che la prolattina potrebbe essere un biomarcatore utile non solo per la diagnosi precoce di NSTE-ACS, ma anche per la stratificazione del rischio e la gestione a lungo termine dei pazienti con questa condizione.

Lo studio

cuore umano
Immagine: omniasalute.it

Lo studio ha esaminato il livello di prolattina nei pazienti con sindrome coronarica acuta non-ST elevata (NSTE-ACS) per determinare se questo ormone possa essere utilizzato come biomarcatore per la diagnosi precoce e la prognosi di NSTE-ACS. Inoltre lo studio ha cercato di correlare i livelli di prolattina con il punteggio di rischio GRACE (Global Registry of Acute Coronary Events).

Metodologia

Sono stati presi in considerazione 80 pazienti (51 uomini e 29 donne) diagnosticati con NSTE-ACS (NSTEMI e angina instabile) presso l’Unità di Terapia Intensiva Coronarica dell’Università di Minia, Egitto, tra luglio 2016 e aprile 2017.

I pazienti sono stati valutati entro tre ore dall’insorgenza del dolore toracico. I dati demografici, i fattori di rischio e i risultati clinici sono stati raccolti e analizzati.

I criteri di inclusione nello studio sono stati:

  • pazienti con NSTE-ACS (NSTEMI o angina instabile)
  • presentazione entro tre ore dall’inizio del dolore toracico

quelli di esclusione:

  • pazienti con insufficienza renale o epatica
  • pazienti in terapia con farmaci che influenzano i livelli di prolattina

L’età dei pazienti variava dai 32 agli 84 anni, con un’età media di 57,4 ± 10,3 anni. Tra i partecipanti, il 63,8% erano uomini e il 36,2% donne. Tre pazienti avevano una storia familiare di malattie coronariche, mentre il 23,8% era fumatore e il 17,5% ex-fumatore. Il 37,5% dei pazienti era diabetico e il 58,8% iperteso.

Risultati

Dallo studio è emerso che:

  • i livelli di prolattina erano significativamente più elevati nei pazienti con NSTEMI rispetto a quelli con angina instabile;
  • i pazienti con alti livelli di prolattina avevano un’incidenza maggiore di eventi cardiovascolari maggiori (MACE) rispetto agli altri pazienti.
  • i livelli elevati di prolattina erano associati a un aumento significativo degli eventi avversi, come infarto miocardico ricorrente, insufficienza cardiaca, e morte cardiovascolare
  • i pazienti con livelli di prolattina più alti tendevano a mostrare una maggiore instabilità emodinamica e una maggiore necessità di interventi di rivascolarizzazione rispetto ai pazienti con livelli di prolattina più bassi.

Questi risultati suggeriscono che la prolattina potrebbe non solo essere un indicatore del rischio, ma anche influenzare direttamente i meccanismi patogenetici che portano a complicazioni cardiovascolari gravi.

Prolattina e Stress Neuroendocrino

L’iperprolattinemia può riflettere una reazione di stress neuroendocrino alla sindrome coronarica acuta, inducendo disfunzione endoteliale acuta, resistenza all’insulina e reazioni immunitarie vascolari. Prolungati livelli elevati di prolattina possono portare ad arteriosclerosi, aumento della rigidità arteriosa e ipertensione.

Meccanismi Molecolari

Durante l’infarto miocardico acuto, i livelli sierici di prolattina aumentano come risposta allo stress. La necrosi cardiaca porta alla deplezione di antiossidanti e alla risposta ossidativa dei cardiomiociti, che attiva l’enzima cathepsina D. Questo enzima converte la prolattina da 23 kDa in una sottofrazione di 16 kDa, anti-angiogenica e pro-infiammatoria, che provoca sovraespressione di citochine e chemochine e attivazione delle cellule natural killer (NK). Tutti questi cambiamenti portano a vasocostrizione coronarica, apoptosi e danno infiammatorio dei cardiomiociti.

In sintesi

Lo studio ha concluso che i livelli sierici di prolattina aumentano precocemente nei pazienti con NSTE-ACS e sono più elevati nei pazienti con NSTEMI rispetto a quelli con angina instabile. I pazienti con alti livelli di prolattina presentavano una maggiore incidenza di eventi cardiovascolari maggiori. Tuttavia, non è stata trovata alcuna correlazione significativa tra i livelli di prolattina e il punteggio di rischio GRACE nei pazienti con NSTE-ACS.

Come è normale, val la pena notare che questo studio ha delle limtazioni: la dimensione del campione relativamente piccola e lo studio sia stato condotto in un’unica istituzione; inoltre, non è chiaro se i livelli elevati di prolattina siano una causa diretta delle complicazioni cardiovascolari o semplicemente un biomarcatore di queste condizioni.

Implicazioni Cliniche

Questi risultati suggeriscono che:

  • la misurazione dei livelli di prolattina potrebbe essere utile per identificare i pazienti con NSTE-ACS a rischio di complicazioni cardiovascolari maggiori;
  • il monitoraggio dei livelli di prolattina potrebbe essere integrato con altri biomarcatori, come la troponina, per fornire una valutazione più completa del rischio cardiovascolare.
  • un approccio multidisciplinare (che coinvolga medici cardiologi ed medici endocrinologi) potrebbe migliorare la precisione diagnostica e consentire interventi terapeutici più tempestivi e personalizzati.

Le prospettive future per l’uso della prolattina come biomarcatore del rischio cardiovascolare nei pazienti con NSTE-ACS sono promettenti, ma richiedono ulteriori ricerche.

Farmaci come gli agonisti della dopamina, che sono stati utilizzati con successo per trattare l’iperprolattinemia (Dostinex) potrebbero essere esplorati per il loro potenziale effetto nella riduzione del rischio cardiovascolare in questa popolazione.

Riferimenti bibliografici

Amin, A. S., Abd Elhuq, L. H., Mahmoud, S. Sh., & Abd Elhameed, T. A. (2019). Serum prolactin level in patient with NSTE-ACS. Minia Journal of Medical Research, 30(2), 46-48.

Cummins, P., & Perry, S. V. (1978). Troponin I from human skeletal and cardiac muscles. The Biochemical Journal, 171(1), 251–259.

Liebetrau, C. (2015). Release kinetics of inflammatory biomarkers in a clinical model of acute myocardial infarction. Circulation Research, 116(5), 867–875.

Shibata, R. (2008). Usefulness of adiponectin to predict myocardial salvage following successful reperfusion in patients with acute myocardial infarction. American Journal of Cardiology, 101(12), 1712–1715.

Weir, R. A. P. (2010). Serum soluble ST2. A potential novel mediator in left ventricular and infarct remodeling after acute myocardial infarction. Journal of the American College of Cardiology, 55(3), 243–250.

Per ulteriori informazioni e per accedere agli studi citati in questo articolo, è possibile consultare le seguenti fonti autorevoli:

  1. American Diabetes Association
  2. European Society of Endocrinology
  3. Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism
  4. Nature Communications

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *